“Di questi giorni la pubblicazione del libro Un nuovo umanesimo? Appunti di etica dell’intelligenza artificiale, di Lucio Romano. L’autore, docente di bioetica e già Senatore della Repubblica, approfondisce nel testo diverse problematiche di rilevante attualità. Da quelle antropologiche, etiche e sociali a quelle estremamente problematiche inerenti alla democrazia.
Partiamo subito dalla domanda che dà il titolo al libro. Perché quel punto interrogativo? Siamo davvero di fronte a una rinascita dell’umano o stiamo rischiando di perderlo?
Il punto interrogativo è d’obbligo, un atto di onestà intellettuale. Storicamente l’umanesimo ha messo l’uomo come misura di tutte le cose. Oggi, l’intelligenza artificiale sembra voler spostare quel centro di gravità verso l’algoritmo, verso una misura calcolabile. Il libro non vuole essere un manifesto di tecno-ottimismo né un grido di allarme catastrofista. È piuttosto un invito a chiederci: in un mondo dove si ritiene che le macchine possano pensare, cosa resta allora di specificamente umano? Se non rispondiamo a questa domanda, un nuovo umanocentrismo rimarrà solo una speranza vana.
Nel libro si parla di delega decisionale. Fino a che punto possiamo permettere a un’intelligenza artificiale di decidere per noi senza svuotare il concetto di responsabilità?
Questo è il cuore del problema etico. Noi stiamo passando da strumenti che ci aiutano a fare le cose a sistemi che decidono per noi. Quando un algoritmo decide chi dovrebbe essere curato, chi può ottenere un mutuo, chi è il candidato migliore per un lavoro o, in casi estremi, quale bersaglio colpire in guerra, la responsabilità si delega e si frammenta. Il rischio è la creazione di un potere algoritmico ovvero di una burocrazia algoritmica. Il libro propone il concetto di human-in-the-loop: l’intelligenza artificiale deve assistere, non sostituire il giudizio morale umano.
Lei dedica molto spazio al tema dei bias, i pregiudizi degli algoritmi. Spesso pensiamo alla matematica come a qualcosa di oggettivo, ma lei sostiene il contrario.
Esatto. C’è un mito pericoloso: l’idea che l’intelligenza artificiale sia neutrale. Ma l’intelligenza artificiale impara da noi e noi siamo pieni di pregiudizi. Se nutriamo un algoritmo con dati storici che riflettono discriminazioni razziali o di genere, la macchina non farà altro che automatizzare e amplificare quelle ingiustizie, dandogli però una patina di oggettività scientifica. L’etica dell’intelligenza artificiale deve quindi partire da una pulizia dei dati e da una trasparenza totale dei processi. Non possiamo accettare scatole nere decisionali, le cosiddette black box.
Parliamo di lavoro. Molti temono che l’automazione spazzerà via intere professioni.
La sostituzione fisica è già avvenuta con la rivoluzione industriale. Ora siamo alla sostituzione cognitiva. Il punto non è solo quanti posti si perderanno ma come cambierà la dignità del lavoratore. Se il tuo capo è un algoritmo che monitora ogni tuo secondo di produttività, sei ancora un lavoratore o sei diventato un ingranaggio di un sistema cibernetico? Un nuovo umanesimo nel lavoro significa usare l’intelligenza artificiale per liberare l’uomo dalle mansioni alienanti e ripetitive, restituendogli il tempo per la creatività, l’empatia e la cura. Ambiti dove la macchina, per quanto evoluta, resta un simulacro.
Il tema è quindi anche educativo. Come si insegna l’etica dell’intelligenza artificiale alle nuove generazioni che nascono già immerse in questa tecnologia?
Non basta insegnare a programmare. Dobbiamo insegnare a pensare criticamente. I ragazzi devono capire che dietro un suggerimento di TikTok o una risposta di ChatGPT c’è una struttura economica e ideologica. Dobbiamo educare al dubbio. I sistemi di intelligenza artificiale sono programmati per darci la risposta più probabile; l’essere umano, invece, è colui che sa porre la domanda improbabile. Il nuovo umanesimo passa per una scuola che non insegna a competere con i computer sulla memoria o sul calcolo, ma che educa a coltivare il pensiero critico.
Un punto particolarmente denso nel suo libro riguarda il cosiddetto populismo algoritmico. Si sostiene che l’IA non stia solo veicolando messaggi politici ma stia alterando la struttura stessa della democrazia. In che modo la personalizzazione estrema dei contenuti influisce sulla nostra capacità di vivere in una società pluralista?
Il rischio è quello di una frammentazione della realtà comune. La democrazia si basa sul confronto tra idee diverse in uno spazio pubblico condiviso. Gli algoritmi di raccomandazione, progettati per massimizzare il tempo di permanenza sulle piattaforme, tendono invece a chiuderci in bolle di filtraggio (filter bubbles) o camere dell’eco. Il populismo algoritmico si nutre di questo: non ha bisogno di grandi piazze, ma di micro-targhettizzazione. Gli algoritmi imparano quali sono le nostre paure e i nostri risentimenti e ci restituiscono una versione della realtà che li conferma. Se riceviamo informazioni profilate, si vanifica fino a scomparire il terreno per il dialogo. In questo senso, l’intelligenza artificiale può diventare uno strumento di polarizzazione che trasforma il cittadino in un consumatore di ideologie su misura, indebolendo il pensiero critico e la tenuta delle istituzioni democratiche. Possiamo dire che un nuovo umanesimo deve necessariamente passare per una ecologia dell’informazione che tuteli la diversità delle idee.
Nel libro si parla di algoretica. Che cosa s’intende con questo neologismo?
È un termine che rappresenta la risposta al dominio degli algoritmi. Significa inserire i valori etici direttamente nel design degli algoritmi. Non possiamo pensare di regolare l’IA solo con le leggi ma dobbiamo fare in modo che i principi di giustizia, esplicabilità, equità e rispetto della privacy siano parte integrante del codice sorgente. È una sfida immensa, perché richiede che ingegneri, filosofi, bioeticisti e giuristi parlino la stessa lingua di valori.
In conclusione, possiamo ancora essere fiduciosi? Rimarremo umani?
I sistemi artificiali intelligenti sono uno specchio. Se li guardiamo solo come un modo per aumentare il vantaggio di pochi a scapito dei diritti di ognuno, allora avremo un futuro distopico. Se invece li progettiamo e li usiamo come uno strumento per amplificare le nostre capacità di risolvere problemi globali, dalla crisi climatica alle malattie, allora sì, potremo dire di aver dato inizio a un nuovo umanesimo. Ma la scelta resta nostra. I sistemi artificiali intelligenti non hanno una volontà autonoma. Non hanno una coscienza. Non conoscono l’empatia. Noi sì. L’intelligenza artificiale è un sistema computazionale. Non lasciamo che questa innovazione tecnologica così rivoluzionaria diventi, invece, la smarrimento della nostra identità. Un nuovo umanesimo, che potremmo anche definire digitale, non riduce l’individuo a un algoritmo né attribuisce anima ai sistemi artificiali. Il suo obiettivo è proteggere l’originalità umana, sfruttando l’innovazione digitale per allargare i nostri orizzonti invece di confinarli”.
Intervista pubblicata su “Città Normanna” – Periodico di attualità dell’Agro Aversano (26.4.2026)

