News di Lucio Romano
L’umano e l’intelligenza artificiale
“Di questi giorni la pubblicazione del libro Un nuovo umanesimo? Appunti di etica dell’intelligenza artificiale, di Lucio Romano. L’autore, docente di bioetica e già Senatore della Repubblica, approfondisce nel testo diverse problematiche di rilevante attualità. Da quelle antropologiche, etiche e sociali a quelle estremamente problematiche inerenti alla democrazia.
Partiamo subito dalla domanda che dà il titolo al libro. Perché quel punto interrogativo? Siamo davvero di fronte a una rinascita dell’umano o stiamo rischiando di perderlo?
Il punto interrogativo è d’obbligo, un atto di onestà intellettuale. Storicamente l’umanesimo ha messo l’uomo come misura di tutte le cose. Oggi, l’intelligenza artificiale sembra voler spostare quel centro di gravità verso l’algoritmo, verso una misura calcolabile. Il libro non vuole essere un manifesto di tecno-ottimismo né un grido di allarme catastrofista. È piuttosto un invito a chiederci: in un mondo dove si ritiene che le macchine possano pensare, cosa resta allora di specificamente umano? Se non rispondiamo a questa domanda, un nuovo umanocentrismo rimarrà solo una speranza vana.
Nel libro si parla di delega decisionale. Fino a che punto possiamo permettere a un’intelligenza artificiale di decidere per noi senza svuotare il concetto di responsabilità?
Questo è il cuore del problema etico. Noi stiamo passando da strumenti che ci aiutano a fare le cose a sistemi che decidono per noi. Quando un algoritmo decide chi dovrebbe essere curato, chi può ottenere un mutuo, chi è il candidato migliore per un lavoro o, in casi estremi, quale bersaglio colpire in guerra, la responsabilità si delega e si frammenta. Il rischio è la creazione di un potere algoritmico ovvero di una burocrazia algoritmica. Il libro propone il concetto di human-in-the-loop: l’intelligenza artificiale deve assistere, non sostituire il giudizio morale umano.
Lei dedica molto spazio al tema dei bias, i pregiudizi degli algoritmi. Spesso pensiamo alla matematica come a qualcosa di oggettivo, ma lei sostiene il contrario.
Esatto. C’è un mito pericoloso: l’idea che l’intelligenza artificiale sia neutrale. Ma l’intelligenza artificiale impara da noi e noi siamo pieni di pregiudizi. Se nutriamo un algoritmo con dati storici che riflettono discriminazioni razziali o di genere, la macchina non farà altro che automatizzare e amplificare quelle ingiustizie, dandogli però una patina di oggettività scientifica. L’etica dell’intelligenza artificiale deve quindi partire da una pulizia dei dati e da una trasparenza totale dei processi. Non possiamo accettare scatole nere decisionali, le cosiddette black box.
Parliamo di lavoro. Molti temono che l’automazione spazzerà via intere professioni.
La sostituzione fisica è già avvenuta con la rivoluzione industriale. Ora siamo alla sostituzione cognitiva. Il punto non è solo quanti posti si perderanno ma come cambierà la dignità del lavoratore. Se il tuo capo è un algoritmo che monitora ogni tuo secondo di produttività, sei ancora un lavoratore o sei diventato un ingranaggio di un sistema cibernetico? Un nuovo umanesimo nel lavoro significa usare l’intelligenza artificiale per liberare l’uomo dalle mansioni alienanti e ripetitive, restituendogli il tempo per la creatività, l’empatia e la cura. Ambiti dove la macchina, per quanto evoluta, resta un simulacro.
Il tema è quindi anche educativo. Come si insegna l’etica dell’intelligenza artificiale alle nuove generazioni che nascono già immerse in questa tecnologia?
Non basta insegnare a programmare. Dobbiamo insegnare a pensare criticamente. I ragazzi devono capire che dietro un suggerimento di TikTok o una risposta di ChatGPT c’è una struttura economica e ideologica. Dobbiamo educare al dubbio. I sistemi di intelligenza artificiale sono programmati per darci la risposta più probabile; l’essere umano, invece, è colui che sa porre la domanda improbabile. Il nuovo umanesimo passa per una scuola che non insegna a competere con i computer sulla memoria o sul calcolo, ma che educa a coltivare il pensiero critico.
Un punto particolarmente denso nel suo libro riguarda il cosiddetto populismo algoritmico. Si sostiene che l’IA non stia solo veicolando messaggi politici ma stia alterando la struttura stessa della democrazia. In che modo la personalizzazione estrema dei contenuti influisce sulla nostra capacità di vivere in una società pluralista?
Il rischio è quello di una frammentazione della realtà comune. La democrazia si basa sul confronto tra idee diverse in uno spazio pubblico condiviso. Gli algoritmi di raccomandazione, progettati per massimizzare il tempo di permanenza sulle piattaforme, tendono invece a chiuderci in bolle di filtraggio (filter bubbles) o camere dell’eco. Il populismo algoritmico si nutre di questo: non ha bisogno di grandi piazze, ma di micro-targhettizzazione. Gli algoritmi imparano quali sono le nostre paure e i nostri risentimenti e ci restituiscono una versione della realtà che li conferma. Se riceviamo informazioni profilate, si vanifica fino a scomparire il terreno per il dialogo. In questo senso, l’intelligenza artificiale può diventare uno strumento di polarizzazione che trasforma il cittadino in un consumatore di ideologie su misura, indebolendo il pensiero critico e la tenuta delle istituzioni democratiche. Possiamo dire che un nuovo umanesimo deve necessariamente passare per una ecologia dell’informazione che tuteli la diversità delle idee.
Nel libro si parla di algoretica. Che cosa s’intende con questo neologismo?
È un termine che rappresenta la risposta al dominio degli algoritmi. Significa inserire i valori etici direttamente nel design degli algoritmi. Non possiamo pensare di regolare l’IA solo con le leggi ma dobbiamo fare in modo che i principi di giustizia, esplicabilità, equità e rispetto della privacy siano parte integrante del codice sorgente. È una sfida immensa, perché richiede che ingegneri, filosofi, bioeticisti e giuristi parlino la stessa lingua di valori.
In conclusione, possiamo ancora essere fiduciosi? Rimarremo umani?
I sistemi artificiali intelligenti sono uno specchio. Se li guardiamo solo come un modo per aumentare il vantaggio di pochi a scapito dei diritti di ognuno, allora avremo un futuro distopico. Se invece li progettiamo e li usiamo come uno strumento per amplificare le nostre capacità di risolvere problemi globali, dalla crisi climatica alle malattie, allora sì, potremo dire di aver dato inizio a un nuovo umanesimo. Ma la scelta resta nostra. I sistemi artificiali intelligenti non hanno una volontà autonoma. Non hanno una coscienza. Non conoscono l’empatia. Noi sì. L’intelligenza artificiale è un sistema computazionale. Non lasciamo che questa innovazione tecnologica così rivoluzionaria diventi, invece, la smarrimento della nostra identità. Un nuovo umanesimo, che potremmo anche definire digitale, non riduce l’individuo a un algoritmo né attribuisce anima ai sistemi artificiali. Il suo obiettivo è proteggere l’originalità umana, sfruttando l’innovazione digitale per allargare i nostri orizzonti invece di confinarli”.
Intervista pubblicata su “Città Normanna” – Periodico di attualità dell’Agro Aversano (26.4.2026)
Preliminary Report of the Independent International Scientific Panel on AI
The Preliminary Report of the Independent International Scientific Panel on AI: Evidence-based assessment of opportunities, risks and impacts of AI is a first-of-its-kind independent scientific assessment of the capabilities, emerging opportunities and risks of artificial intelligence. The Panel, composed of independent scientists and experts from all 5 UN regions, outlines trends in AI. Its central warning: current safeguards cannot keep pace with the growth of AI’s capabilities.
It identifies a crucial evidence challenge for decision-makers around the world: policymakers need scientific evidence to effectively govern AI, but by the time the evidence is clear, it may be too late to act on it. In the report, the Panel outlines its findings across seven key domains:
- AI science, advances & trajectories
- Societal applications: science, health, education & agriculture
- Economic implications
- Security, systems & environmental implications
- Human rights, information & democracy
- Cultural & individual flourishing, autonomy and child safety
- Management, governance & reliability
This Preliminary Report marks the beginning of the Panel’s work. The Panel will continue to deepen its evidence base through consultations, engagement with the scientific community, and thematic briefs on emerging or fast-moving issues. Its next annual report will inform the second Global Dialogue in May 2027 in New York..
https://www.un.org/independent-international-scientific-panel-ai/en/preliminary-report
Card. D. Battaglia – “Dignità, credibilità, profezia” Incontro di presentazione del doppio volume commemorativo del centenario della nascita di Don Lorenzo Milani
“Carissime, carissimi,
sono lieto di essere qui, con voi, nella Chiesa di Donnaregina, un luogo che custodisce arte, memoria e cultura, ma che oggi sta diventando anche uno spazio capace di generare nuove opportunità per i giovani. Penso, in particolare, ai ragazzi e alle ragazze del progetto Museo Diocesano Diffuso, un progetto che non si limita a valorizzare un patrimonio artistico, ma prova a fare qualcosa di ancora più importante: restituire parola. Lorenzo Milani ci ha insegnato che la parola è dignità, libertà e partecipazione. E ancora oggi ci sono giovani ai quali la parola viene sottratta, non perché non abbiano qualcosa da dire, ma perché spesso non trovano luoghi disposti ad ascoltarli. Talvolta hanno avuto meno opportunità di altri; altre volte provengono da periferie che non sono soltanto geografiche, ma sociali, culturali ed educative. Per questo ogni esperienza che aiuta un ragazzo a scoprire la propria voce, a riconoscere il proprio valore e a mettere i propri talenti a servizio della comunità compie un gesto profondamente educativo e civile.
È da qui che vorrei partire per la riflessione che condividiamo oggi: dalla convinzione che educare significhi anzitutto dare fiducia, creare possibilità e restituire parola a chi rischia di non averne.
Saluto chi ha pensato questo incontro, chi lo ha voluto, chi lo custodisce con pazienza, chi è qui con il desiderio semplice e forte di non lasciarsi scivolare addosso la vita. Perché ci sono uomini che non appartengono al passato: restano come spine buone nella carne del presente, come domande che non smettono di bussare. Don Lorenzo Milani è uno di questi. Non lo si ricorda soltanto, lo si incontra. E quando lo incontri davvero, qualcosa dentro non può più restare come prima.
Viviamo un tempo che corre veloce, quasi senza respiro. Le piazze sono diventate digitali, le parole si moltiplicano ma spesso non si ascoltano, le guerre entrano nelle case senza bussare, e il dolore del mondo si affaccia sugli schermi come una presenza che rischia di diventare abitudine. La velocità ha preso il posto dell’attesa, e l’attesa, quella che educa il cuore, sembra quasi un lusso dimenticato. Eppure, sotto questo rumore nuovo, il mondo resta attraversato dalle stesse ferite antiche. L’egoismo si veste da realismo, la disuguaglianza si traveste da giustizia, la violenza si presenta come inevitabile. E i poveri, gli ultimi, continuano a camminare con meno voce, con meno spazio, con meno possibilità di essere ascoltati davvero.
Dentro questo tempo inquieto, don Lorenzo Milani è una voce che continua a chiamare. E la sua vita si raccoglie attorno a tre parole che non sono teoria, ma Vangelo vissuto fino in fondo: dignità, coscienza, giustizia. Tre parole semplici, e proprio per questo incendiarie. Tre parole che non spiegano soltanto un pensiero, raccontano una vita donata senza riserve, raccontano la vita del prete Lorenzo Milani.
La prima parola è dignità. In “Esperienze Pastorali” (LEF, 1957, p. 222) don Lorenzo scrive: «Noi abbiamo per unica ragione di vita quella di contentare il Signore e di mostrargli d’aver capito che ogni anima è un universo di dignità infinita».
Dentro questa frase si accende una delle intuizioni più luminose del suo sacerdozio. Il suo ministero nasce da uno sguardo. Uno sguardo capace di attraversare le apparenze, di oltrepassare le maschere sociali, di non fermarsi alle ferite, agli insuccessi, alle etichette. Don Milani incontra persone e, prima di ogni altra cosa, ne riconosce la dignità. Una dignità che precede il merito, il rendimento, la cultura, la posizione sociale. Una dignità che affonda le radici nel fatto stesso di essere figli e figlie di Dio. In altre parole, fa esattamente ciò che faceva Gesù: incontrava, sanava, restituiva a tutti libertà e dignità. Don Milani afferma che ogni anima è un universo. Ed è un’immagine di straordinaria forza.
Un universo è qualcosa di immenso, di inesauribile, di irripetibile. Nessuno può essere racchiuso in una definizione. Nessuno coincide con il proprio errore, con il proprio limite o con il giudizio ricevuto dagli altri. Ogni persona custodisce una profondità sacra che chiede rispetto, ascolto e cura. Don Lorenzo questa verità la scopre soprattutto nei volti che il mondo aveva smesso di guardare.
I ragazzi di Barbiana arrivavano da famiglie povere, da storie segnate dalla fatica, dall’esclusione e dalla marginalità. Su molti di loro gravava già una sentenza sociale. Qualcuno aveva deciso che sarebbero rimasti indietro. Qualcuno aveva stabilito il loro posto nella società. Don Milani si ribella a questa logica con la forza tranquilla e tenace del Vangelo. Prima ancora di insegnare, restituisce dignità. Prima ancora di trasmettere parole, restituisce voce. Prima ancora di educare, restituisce fiducia. In questa prospettiva emerge un tratto decisivo del sacerdote secondo Don Milani: il prete è il custode della dignità umana. È colui che aiuta le persone a riconoscere la grandezza che portano dentro. È colui che veglia affinché nessuno venga schiacciato dalla povertà, dall’ignoranza, dalla solitudine o dall’indifferenza. Per questo il suo ministero assume inevitabilmente una dimensione profetica. Chi prende sul serio la dignità infinita di ogni persona non può restare indifferente davanti alle ingiustizie. Non può accettare che qualcuno venga escluso. Non può tollerare che il potere, l’economia o la cultura producano scarti umani. La difesa della dignità diventa una forma concreta di annuncio del Vangelo.
La seconda parola è credibilità. Sempre in “Esperienze Pastorali” (p. 340) don Lorenzo scrive: «Nessuno si fida più di nulla che non sia vissuto prima che detto. Ed è giusto. E Gesù stesso ha molto più vissuto che parlato. E molto più insegnato col nascere in una stalla e sul morire su una croce che col parlare di povertà e di sacrificio».
In queste parole risuona una delle questioni più decisive per il suo ministero: la credibilità. Una parola che oggi pesa forse più di ieri, perché viviamo in un tempo in cui le persone ascoltano ancora, ma concedono fiducia soltanto a ciò che vedono incarnato nella vita. Le parole continuano ad avere valore, ma soltanto quando sono sostenute da una testimonianza capace di dar loro carne, volto e storia. Don Lorenzo comprende con straordinaria lucidità che l’annuncio del Vangelo non può essere affidato semplicemente alla forza di un discorso. La verità cristiana passa attraverso la vita, attraverso gesti, scelte, rinunce, vicinanze, fedeltà quotidiane. Per questo la prima predica di un sacerdote resta la sua vita.
Il riferimento a Gesù è illuminante. Cristo non ha salvato il mondo attraverso una teoria. Ha scelto una mangiatoia per entrare nella storia e una croce per consegnarsi fino in fondo all’umanità. Prima ancora di parlare di amore, ha amato. Prima ancora di parlare di servizio, si è fatto servo. Prima ancora di parlare di dono, si è consegnato. La sua autorevolezza nasce dalla coerenza profonda tra ciò che annunciava e ciò che viveva. Don Milani fa propria questa logica evangelica. Sa che il suo ministero perde forza quando le parole corrono più veloci della vita. Sa che nessuna omelia può compensare una testimonianza debole. Sa che le persone possiedono un istinto quasi infallibile nel riconoscere ciò che è autentico da ciò che è semplicemente proclamato.
Per questo la sua esistenza appare così essenziale, così radicale, così esposta. Barbiana non è soltanto il luogo in cui insegna. È il luogo in cui rende credibile ciò che insegna. Quando parla degli ultimi vive tra gli ultimi. Quando parla di giustizia dedica la vita a chi subisce ingiustizia. Quando parla del diritto alla parola insegna ai poveri a conquistare la parola. La sua testimonianza diventa il fondamento delle sue parole.
Qui emerge una provocazione che attraversa ogni epoca. Che non riguarda solo i preti, ma ogni discepolo di Cristo. Il mondo contemporaneo non domanda cristiani perfetti, ma discepoli veri. Donne e uomini nei quali il Vangelo possa essere intravisto prima ancora che spiegato. Uomini e donne capaci di mostrare, con il loro modo di abitare il mondo, che ciò che annunciano è qualcosa per cui vale la pena spendere l’esistenza.
In fondo la credibilità è proprio questo: quando la distanza tra ciò che si dice e ciò che si vive diventa così piccola da lasciare trasparire Cristo. E quando accade, le parole smettono di essere soltanto parole. Diventano carne, incontro, Vangelo vissuto. Don Milani lo aveva capito bene: la gente può dimenticare molti discorsi, ma non dimentica una vita che ha avuto il coraggio di prendere sul serio ciò che annunciava.
La terza parola su cui voglio soffermarmi oggi con voi è una parola che racchiude tutta la vita e la testimonianza di don Milani: profezia. Nella Lettera ai Giudici don Lorenzo afferma: «Il maestro deve essere profeta. E allora il maestro deve essere, per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso». Occorre uno sguardo che sa leggere il presente fino in fondo, fino a scorgere ciò che ancora non è visibile a tutti. Il profeta non anticipa il tempo, lo comprende da dentro. Non fugge la realtà, la abita fino alle sue profondità più nascoste.
Don Milani è stato questo. Uno che ha preso sul serio il suo tempo senza protezioni e senza nostalgie. Ha visto le esclusioni, le disuguaglianze, le parole negate ai poveri, il diritto all’istruzione trasformato in privilegio. Ma ha visto anche altro: possibilità dove altri vedevano limiti, futuro dove altri vedevano rassegnazione, nei ragazzi di Barbiana non ciò che mancava, ma ciò che poteva nascere. Questa è la profezia. Non è un discorso astratto. È uno sguardo che riconosce nelle persone la loro direzione possibile. Per questo Don Milani non si limita a educare: accompagna un futuro che già intravede.
Ed è qui che la sua parola diventa attuale, oggi più che mai. Viviamo un tempo che cambia velocemente, ma non sempre cresce nella stessa misura in umanità. Fragilità che aumentano, solitudini che si moltiplicano, disuguaglianze educative che si approfondiscono anche a causa delle nuove tecnologie e degli algoritmi. In questo scenario la tentazione è difendersi, chiudere, semplificare. La profezia invece apre: apre lo sguardo, apre le relazioni, apre possibilità. E chiede coraggio. Coraggio ai preti, agli educatori, a chi si occupa di politica, alla Chiesa, perché ogni persona affidata è un universo ancora da scoprire, e il futuro nasce proprio lì dove qualcuno viene finalmente guardato. Don Milani resta profeta perché non si è limitato a denunciare il presente. Ha creduto nel futuro delle persone. Ha scommesso su chi nessuno avrebbe scommesso. Ha visto nei volti feriti una dignità che nessuno poteva cancellare. Il futuro non si predice: si riconosce negli occhi di chi oggi nessuno guarda davvero.
E chi ha questo sguardo, continua a essere profeta. E qui, in questa terra che conosce il peso e la bellezza delle periferie, si comprende che il Vangelo non abita i centri del potere, ma i margini della storia. Perché è dai margini che Dio continua a ricominciare il mondo. E forse è proprio questo il compito che ci viene consegnato oggi: non guardare indietro con nostalgia, ma avanti con responsabilità; non difendere ciò che siamo stati, ma generare ciò che possiamo diventare.
Perché ogni volta che uno sguardo si apre alla dignità dell’altro, il futuro ha già iniziato a respirare. Ogni volta che un ragazzo viene preso sul serio, ogni volta che una persona non viene ridotta al suo errore, ogni volta che un povero non viene lasciato senza parola, lì il Vangelo smette di essere memoria e torna ad essere evento.
Don Milani ci lascia proprio questo: non un sistema, non un metodo, non una scuola chiusa dentro il suo tempo, ma una ferita aperta nella coscienza della Chiesa e della società. Una ferita che continua a chiedere: chi resta fuori? chi non ha voce? chi non è ancora stato guardato fino in fondo? E questa domanda non è mai neutra. È una domanda che sposta. Che obbliga a scegliere da che parte stare. Perché non esiste neutralità davanti alla dignità di un essere umano. O la si riconosce, o la si nega. O la si difende, o la si lascia cadere.
E allora forse il vero giudizio sulla nostra epoca non sarà sui progressi tecnologici, né sulle parole che avremo pronunciato, ma sulla qualità dello sguardo che avremo saputo avere sugli ultimi. Se avremo saputo vedere in loro non un problema da risolvere, ma un mistero da custodire. Non un peso da sopportare, ma una promessa da liberare. È qui che il Vangelo torna a essere attuale.
E forse è questo il sogno più grande che oggi don Milani consegna alla società e alla Chiesa: diventare comunità capaci di futuro. Comunità che non si accontentano di sopravvivere al presente, ma che osano generare vita dove la vita sembra spegnersi. Comunità che credono ancora che nessuno sia perduto per sempre, che nessuno sia definitivamente escluso, che nessuno sia troppo lontano per essere raggiunto.
Perché, alla fine, il Vangelo non è altro che questo: la continua ostinazione di Dio a non abbandonare nessuno. E ogni volta che la Chiesa, l’educazione, la politica, o anche solo una singola coscienza umana si lasciano attraversare da questa ostinazione, allora qualcosa si rialza, qualcosa si ricompone, qualcosa ricomincia.
E in quel ricominciare silenzioso, discreto, spesso invisibile agli occhi del mondo, si gioca già il futuro.”
Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the European Union
“L’intelligenza artificiale (IA) sta trasformando il funzionamento dei sistemi sanitari in tutta l’Unione Europea (UE) e le modalità di erogazione dell’assistenza sanitaria; con lo slancio generato dall’adozione da parte dell’UE della prima legge organica sull’IA, il mondo guarda ora all’UE come guida per orientarsi in questa nuova era dell’IA in ambito sanitario. Questo rapporto fornisce una valutazione mirata del grado di preparazione all’IA all’interno dei sistemi sanitari dell’UE, basandosi sugli approfondimenti dell’indagine 2024-2025 sull’IA per l’assistenza sanitaria nella Regione Europea dell’OMS. Esamina le strategie nazionali sull’IA, i quadri giuridici ed etici, la governance dei dati, il coinvolgimento delle parti interessate, la preparazione della forza lavoro e l’integrazione delle applicazioni di IA nei servizi sanitari. Il rapporto analizza come gli Stati membri dell’UE stiano affrontando sia le opportunità che le sfide dell’IA, evidenziando le direzioni emergenti nella pianificazione strategica, nell’allineamento normativo, nello sviluppo delle capacità e nell’implementazione responsabile dell’IA nell’assistenza sanitaria”.
https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/04/who-euro-2026-12707-52481-81471-eng.pdf
AI Index Intelligence Report 2026
“Welcome to the ninth edition of the AI Index report. As AI continues to advance rapidly, the question becomes whether the systems built around it can keep up. Governance frameworks, evaluation methods, education systems, and the data infrastructure needed to track AI’s impact are struggling to match the pace of the technology itself. That gap—between what AI can do and how prepared we are to manage it—runs through every chapter of this year’s report. New in this edition, the report tracks how AI is being tested more ambitiously across reasoning, safety, and real-world task execution, and why those measurements are increasingly difficult to rely on. It also features new estimates of generative AI’s economic value alongside emerging evidence of its labor market effects, an analytical framework on AI sovereignty, and a science chapter developed in collaboration with Schmidt Sciences. For the first time, the report features standalone chapters on AI in science and AI in medicine, reflecting AI’s growing impact across these two domains.
For close to a decade, the AI Index has worked to bring reliable global data to a field that is evolving faster than most efforts to measure it. The report equips policymakers, researchers, executives, journalists, and the public with the necessary evidence to make informed decisions about AI. As the technology moves deeper into classrooms, clinics, and legislatures—and reshapes how people work, learn, and govern—the cost of incomplete data continues to rise.
In a field where much data is produced by organizations with a stake in the technology’s success, the demand for neutral and rigorous measurement continues to grow. The AI Index remains independent and focused on revealing the long-term patterns underneath the headlines. The report is relied on by governments, research institutions, and companies around the world, and referenced by media outlets and in academic papers.
The pages that follow offer the most comprehensive, independently sourced picture of AI’s trajectory that is available. They also make clear where that picture remains incomplete—because what we cannot yet measure matters just as much as what we can”.
Maternità surrogata, la Santa Sede all’ONU: tutelare sempre donne e bambini
Vatican News
Una nota della Missione permanente richiama i rischi legati a uno sfruttamento in cui “la tecnologia e la pratica hanno superato di gran lunga il diritto e l’etica”: una vita non può mai essere un “prodotto”, prima di tutto viene “il rispetto della dignità e dei diritti”
Contrastare la violenza e lo sfruttamento legati alla maternità surrogata e rafforzare la tutela della dignità delle donne e dei bambini. È questo il messaggio al centro di una nota della Missione permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, diffusa in occasione di un evento collaterale della 70.ma Commissione sulla condizione delle donne, dedicato al tema «Proteggere donne e bambini: contrastare la violenza e lo sfruttamento nella maternità surrogata».
Un dibattito alla Commissione sulla condizione delle donne
Nel documento si esprime anzitutto apprezzamento per i partner dell’iniziativa — il governo italiano, la Türkiye e il Paraguay — e si richiama l’attenzione su una questione ritenuta «urgente», nella quale «la tecnologia e la pratica hanno superato di gran lunga il diritto e l’etica». Pur riconoscendo che molti considerano la maternità surrogata «una soluzione compassionevole per coloro che desiderano diventare genitori», la nota sottolinea che «l’intero contesto deve essere preso in considerazione» per valutare se tale pratica sia compatibile con «il rispetto della dignità e dei diritti delle donne e dei bambini».
Pressioni economiche e rischio di sfruttamento
Tra gli elementi evidenziati vi è la dimensione economica del fenomeno. Molte donne che accettano di diventare madri surrogate indicano «il bisogno economico come ragione principale» della loro scelta. Non a caso, si osserva, sono frequenti «le storie di persone ricche e famose che commissionano una maternità surrogata», mentre risultano rare quelle di «donne benestanti che si offrono come surrogate». La domanda di bambini nati attraverso questa pratica, prosegue il testo, «supera già l’offerta», mentre misure come «protezione sociale, istruzione e opportunità economiche» — che potrebbero ridurre il rischio di sfruttamento — probabilmente indurrebbero molte donne «a rifiutare di entrare in tali accordi». Da qui la domanda posta nel documento, ovvero «se l’industria della maternità surrogata potrebbe sopravvivere se la povertà venisse eliminata». La nota segnala inoltre che, dove sono consentiti accordi commerciali, le potenziali madri surrogate possono trovarsi coinvolte in «una competizione perversa per ottenere i genitori committenti». Anche nei Paesi in cui la maternità surrogata commerciale è vietata, si osserva che compensazioni per i costi o presunti «regali» possono talvolta «nascondere pagamenti». In alcuni casi, aggiunge il testo, donne che non desidererebbero entrare in questi accordi possono essere «spinte o persino costrette» da familiari, mentre chi vive in condizioni di povertà difficilmente può permettersi «consulenze legali o mediche indipendenti».
I diritti dei bambini
La nota richiama anche alcuni casi concreti, nei quali «oltre una dozzina di bambini» sono stati trovati accuditi da tate in abitazioni affittate, mentre i genitori committenti continuavano a ricorrere a nuove madri surrogate. Inoltre, si osserva, la mercificazione dei bambini può intrecciarsi con pregiudizi, ad esempio nel caso delle diagnosi prenatali di disabilità, quando il bambino rischia di essere considerato «un “prodotto” difettoso o un problema da risolvere», invece che «un dono da accogliere e custodire». Tale atteggiamento, prosegue il testo, contrasta con una società giusta in cui i bambini possano crescere e svilupparsi. I minori, infatti, hanno diritti e interessi che devono essere rispettati, a partire dal «diritto morale di essere concepiti in un atto d’amore». In base alla Convenzione sui diritti dell’infanzia — «lo strumento sui diritti umani più ampiamente ratificato» — i bambini hanno anche «il diritto di conoscere ed essere accuditi dai propri genitori». Il fatto che questo diritto non possa sempre essere realizzato, si osserva, «non dovrebbe essere utilizzato per giustificare una pratica che deliberatamente lo viola».
La posizione della Santa Sede
Pur riconoscendo «il desiderio reale e comprensibile di avere figli», la nota ritiene che tali problemi non possano essere risolti semplicemente attraverso la regolamentazione. In questo senso viene ricordata con favore la decisione della Conferenza dell’Aia di diritto internazionale privato di non proseguire, almeno per il momento, i lavori su una convenzione riguardante la filiazione giuridica nei casi di maternità surrogata. Infine, nel documento si fa riferimento al passaggio in cui Papa Leone XIV ribadisce che «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, [la maternità surrogata] viola la dignità sia del bambino, ridotto a “prodotto”, sia della madre, sfruttandone il corpo e il processo generativo, e distorcendo la vocazione relazionale originaria della famiglia». Già Papa Francesco, anch’egli citato nel documento, aveva detto che «un figlio è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto commerciale». Alla luce di queste considerazioni, la Missione permanente della Santa Sede auspica che il confronto avviato nell’ambito della Commissione possa favorire ulteriori passi «verso la fine di questa pratica in tutte le sue forme e a tutti i livelli», con l’obiettivo di proteggere donne e bambini «dallo sfruttamento e dalla violenza».
Commissione Teologica Internazionale: Quo vadis humanitas?
“Quo vadis, humanitas? – Dove vai, umanità?”. Il titolo del nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI) – approvato da Leone XIV lo scorso 9 febbraio e pubblicato oggi, 4 marzo – ne racchiude pienamente le ragioni di fondo e lo scopo finale: oggi, di fronte a un’accelerazione tecnologica senza precedenti, la teologia vuole offrire “una proposta teologica e pastorale” che intende la vita umana come “vocazione integrale” e “co-responsabilità verso gli altri e verso Dio”, alla luce del Vangelo. Centrale il riferimento alla Costituzione conciliare Gaudium et spes, pubblicata quasi 61 anni fa: il documento della CTI ne mutua infatti sia il dialogo “aperto” tra la Chiesa e il mondo contemporaneo, sia il concetto dell’essere umano “integrale, nell’unità di corpo e anima, di cuore e di coscienza, di intelletto e volontà”.
Link Documento: https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_doc_20260304_quo-vadis-humanits_it.html
Stavo solo scherzando
“Nell’ampio scenario degli studi sull’adolescenza1, che dedicano approfondimenti allo stato di benessere e
malessere, al corpo, le relazioni, gli spazi digitali, la presente ricerca nasce con l’intento di interpretare il tema
specifico della violenza nelle relazioni affettive onlife2 (teen dating violence3), ampliando lo sguardo anche alle
relazioni amicali e sociali tra pari, un ambito di indagine recente e complesso, nonché ancora poco
approfondito sul piano empirico e teorico.
In questo studio, la chiave interpretativa della violenza di genere4 aiuta a leggere e riconoscere il presentarsi
di comportamenti di controllo e violenza (e il loro eventuale acuirsi) tra ragazzi e ragazze. Questa stessa lente
consente di interpretare anche l’apparente paradosso di condotte violente nelle relazioni che in alcuni casi
sono agite non solo dai ragazzi ma anche dalle ragazze, mettendo a fuoco le differenze di tali atti e
comportamenti anche in relazione alle loro motivazioni e conseguenze. Queste ultime non ricadono allo
stesso modo su tutte e tutti, ma seguono una linea di genere, che rende la violenza strutturalmente
asimmetrica: in altre parole, la violenza nelle relazioni in adolescenza ha costi più alti per donne, ragazze e
persone non conformi al genere, in termini, per esempio di paura, rinunce, stigma e rischi.
Nonostante nelle relazioni quotidiane, già a partire dall’adolescenza, i confini tra cura, gelosia e controllo
siano spesso poco chiari e i copioni violenti circolino e diventino pratiche “a disposizione” di tutte e tutti5.. ,
osservando il fenomeno nel suo complesso, dai dati più recenti arriva conferma della particolare esposizione
delle più giovani. Nel report ISTAT “La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia – Primi risultati
2025”6 sono proprio le 16-24enni a emergere come gruppo più colpito dalla violenza maschile: il 37,6%
dichiara di aver subito almeno una violenza fisica o sessuale negli ultimi cinque anni (11% delle donne 16-
70enni complessive): quasi 10 punti in più rispetto al 2014. L’aumento è trainato soprattutto dalle violenze
sessuali, che passano dal 17,7% al 30,8%. L’esposizione riguarda tutti i tipi di autore, ma l’incremento più forte
è legato agli ex partner (dal 5,7% al 12,5%) e agli uomini non partner (parenti, amici, conoscenti, sconosciuti:
dal 15,3% al 28,6%).
Il quadro nazionale “medio” appare stabile rispetto all’indagine ISTAT del 20147, ma nasconde un netto
peggioramento generazionale: adolescenti e giovani adulte sono oggi molto più esposte (ma forse anche più
consapevoli rispetto al fenomeno e dunque più propense a parlare delle esperienze subìte e a denunciare)8.
Il quadro sembra confermato da un recente approfondimento di ISTAT sugli accessi al Pronto Soccorso e i
ricoveri ospedalieri delle e dei minorenni per motivi legati alla violenza. Sebbene i dati includano anche
violenze subìte da adulti, gli accessi al PS con diagnosi di violenza di bambine e ragazze sono circa il doppio
rispetto a bambini e ragazzi (84,5 per 100.000 vs 45,1) e il divario di genere è massimo nella classe 11-17 anni:
il tasso di accesso al PS è quasi tre volte più elevato nelle giovani (117,8 per 10.000 vs 44,4); la violenza
sessuale è la causa principale degli accessi al PS (34,5% rispetto al totale degli accessi con diagnosi di
violenza), in particolare nel genere femminile (46,3%) e nella classe 11-17 anni (55,2%)9.
La violenza nelle relazioni tra adolescenti non nasce dal nulla: si inserisce in una cultura che, storicamente,
assegna a donne e uomini ruoli diversi e distribuisce potere e libertà in modo diseguale. In questo senso, i
risultati della presente ricerca suggeriscono l’opportunità di approfondire ulteriormente contesto, dinamiche
e agiti di violenza tra giovani adolescenti nelle loro relazioni intime, per non rischiare di leggere l’attualità con
lenti interpretative inattuali, e per restituire una fotografia che dia conto delle differenze e le sfumature
interne al fenomeno.” (Estratto dalla Introduzione della Ricerca)
Per il download della Ricerca: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/stavo-solo-scherzando
Raggi di verità
“Raggi di Verità” è un podcast dedicato ai 60 anni della Nostra aetate. Prende spunto dalle parole di Leone XIV, che – nell’anniversario della dichiarazione conciliare – ha ricordato che le religioni «riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». Dopo un episodio introduttivo con il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, intervengono Elena Dini, esperta di dialogo tra le religioni, p. Norbert Hofmann, Segretario della Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo, Riccardo Di Segni, Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e Nadjia Kebour, docente al PISAI e all’Urbaniana. Si parla dell’attualità del testo conciliare, dei rapporti tra cristiani e ebrei, di antisemitismo, del rapporto con l’Islam e delle sfide attuali per la pace.
Un podcast scritto, condotto e curato da Elena Dini e Fabio Colagrande. Produzione tecnica interviste di Alberto Giovannetti.
Ep. 1 – Anteprima, dal monologo al dialogo https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/raggi-di-verita/2025/12/podcast-raggi-verita-nostra-aetate-intervista-koovakad.html
Ep. 2 – La svolta epocale nel dialogo interreligioso https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/raggi-di-verita/2025/12/podcast-raggi-verita-nostra-aetate-storia-dialogo-religioni.html
Ep. 3 – Un legame ritrovato: la Chiesa e l’ebraismo https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/raggi-di-verita/2025/12/podcast-raggi-verita-dialogo-ebraismo-rabbino-disegni.html
Ep. 4 – Stima e dialogo: la Chiesa e l’Islam https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/raggi-di-verita/2025/12/podcast-raggi-verita-dialogo-islam-fondamentalismo-nadjia-kebour.html
Ep. 5 – Camminando insieme nella speranza https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/raggi-di-verita/2025/12/podcast-raggi-verita-dialogo-religioni-speranza-futuro.html
2026: è ora di scrivere una nuova storia
Guardiamo a queste pagine bianche che ci aspettano e chiediamoci: che futuro vogliamo costruire? Che cosa possiamo e dobbiamo fare?
Nonostante le sfide drammatiche che ci circondano, possiamo scegliere di voltare pagina e iniziare a scrivere un capitolo diverso. Definire nuovi orizzonti.
Ognuno di noi ha un ruolo!
È ora di scrivere una nuova storia!
Leone XIV: servono politiche che proteggano la dignità dei minori nell’era dell’IA
Leone XIV ha ricevuto i partecipanti al Convegno “The dignity of children and adolescents in the age of Artificial Intelligence” invitando governi e organizzazioni internazionali ad aggiornare le leggi sulla protezione dei dati. Ha auspicato inoltre che gli adulti siano formati nella conoscenza dei rischi di un “accesso precoce, senza limiti e verifiche”. Sottolineando che solo con un “approccio educativo, etico e responsabile” si può garantire che l’IA sia un alleato e non una minaccia.
Ecco l’intervento di Papa Leone XIV:
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Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale
Art. 1 – La legge reca principi in materia di ricerca, sperimentazione, sviluppo, adozione e applicazione di sistemi e di modelli di intelligenza artificiale. Promuove un utilizzo corretto, trasparente e responsabile, in una dimensione antropocentrica, dell’intelligenza artificiale, volto a coglierne le opportunita’. Garantisce la vigilanza sui rischi economici e sociali e sull’impatto sui diritti fondamentali dell’intelligenza artificiale.
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