Huffington Post 6.5.2019 | Noa, la vita negata due volte

Giu 6, 2019 | Archivio articoli 2013 - 2020

Schermata 2019-06-06 alle 12.10.33Come prevedibile infuria la polemica sulla morte di Noa Pothoven.

Eutanasia per Noa, ragazza olandese di appena 17 anni, vittima di abusi sessuali, con stress post-traumatico, anoressia e depressione; tentativi di suicidio e autolesionismo. Diversi ricoveri in centri specializzati fino al tragico epilogo.

Secondo alcuni, invece, si sarebbe lasciata morire rifiutando cibo e acqua.

“In questo caso amare è lasciare andare. È finita. Non sono stata davvero viva per così tanto tempo. Sopravvivo, e nemmeno quello. Respiro ancora, ma non sono più viva”, questo il drammatico e straziante ultimo saluto di Noa prima di morire.

In Olanda l’eutanasia e il suicidio assistito è legale dal 2001, anche a partire da 12 anni. Con un protocollo che prevede, con il consenso dei genitori per i minori di 16 anni, una prima valutazione medica che prenda in considerazione anche le alternative e successiva conferma da parte di altro medico.
Una procedura che viene algidamente rappresentata come una garanzia per evitare gli abusi e consentire il rispetto della legge.

A Noa è stata negata la vita due volte. Prima per le violenze sessuali subite e, definitivamente, con la somministrazione della cosiddetta “buona morte” o lasciandola morire. In entrambi i casi, comunque, eticamente non giustificabile.

Inaccettabile la giustificazione anche del lasciar morire.
Una inaccettabile sconfitta della nostra civiltà che in nome dell’autodeterminazione è disponibile a sacrificare i fondamenti dell’umana convivenza e solidarietà.
Una inaccettabile sconfitta per la medicina fatta di “cura”, e non solo di “terapia”, che sostiene la morte di una ragazza – solo perché una legge lo consente – giustificandola in quanto la sofferenza è stata certificata come insopportabile e senza prospettive di miglioramento.

Nonostante i vari tentativi terapeutici, non saprei con quali motivazioni derubricati come falliti, rimangono interrogativi laceranti che non hanno più possibilità di trovare una risposta per Noa.
Eppure sono interrogativi che ineludibilmente irrompono nella nostra coscienza.
Interrogativi che rientrano nell’essenza del nostro umano e nell’esistenza del vivere.
Quanta cura e vicinanza ancora più da offrire per contrastare la sofferenza?
Quanta compassione viene a mancare perché non ci si possa sentire ancor più soli?
Quanto imprescindibile la vita di ogni altro per la vita di ognuno di noi?
Quanto la richiesta eutanasica non è altro che una inappagata richiesta di amore e vicinanza?

“[…] come un povero sul ciglio della strada: ascoltate, voi che avete il vostro amore, le mani piene di luce, datecene per piacere”. Così scriveva Emmanuel Mounier nella lettera alla figlia Francoise gravemente ammalata.