Covid-19: e sarà il “dopo”

Gen 24, 2021 | Nuova Stagione

Covid-19: e sarà il “dopo

Quando potremo ascrivere a un tempo passato questo presente che sembra sospeso? Quando il “dopo” potrà diradare preoccupazioni e paure? Di quanto segnerà il nostro futuro questa tremenda pandemia e quanto modificherà il vivere, le relazioni, le politiche?

Sarà il “dopo” da costruire da questo tempo in cui fragilità e coraggio si sono incontrati. Quando “non saremo più soli ma diversamente soli”. Quando saremo in grado di sfuggire a un altrettanto temibile distanziamento umano, più affliggente del temporaneo e necessario distanziamento fisico. 

Sono interrogativi che ci accompagneranno a lungo. 

Tuttora non possiamo indicare con certezza quando sarà definitivamente il “dopo”. Lo ribadiscono i colleghi medici, gli epidemiologi, gli infettivologi; quanti sono impegnati contro un nemico invisibile e subdolo che ci usa come vettori inconsapevoli. Che si nasconde tra le nostre umane relazioni. Che prescrive distanziamento o il tragico epilogo in una solitudine angosciante. Che diffonde smarrimento fino a farci sentire impotenti. 

Sì, riprenderemo col tempo le nostre abituali consuetudini. Ma per certi versi molto non sarà né dovrà essere come prima. Questo tempo di una società presentista, quasi incapace di recuperare memorie e storie, ci ha rilevato tuttavia comportamenti e paradigmi considerati ormai dimenticati, per alcuni ritenuti obsoleti.

In un rinnovato lessico sociale, il “dopo” dovrà essere il “prima” della dedizione, della competenza, della responsabilità, dell’eguaglianza. Dovrà essere la stagione dove sulle spalle robuste di novelli Enea troveranno sollievo fragilità e vulnerabilità di tanti Anchise che, tragicamente soli, hanno affrontato il mortale incendio scatenato da un virus.

La dedizione di quanti – medici, sanitari, volontari – ci hanno testimoniato tensioni e speranze: “possiamo vedere la paura dentro i nostri occhi, ma vogliamo aiutare”. Impegnati in una indomita prova per cercare di arginare e curare. Comunque, per contrastare il diffondersi della pandemia e la morte. Purtroppo, invano in migliaia di casi. Un flusso inarrestabile ai pronti soccorsi e per tanti nemmeno il tempo di poter essere sottoposti all’indispensabile assistenza nelle terapie intensive. Una tremenda lotta contro il tempo. 

Drammatiche decisioni assunte per poter assicurare a ognuno, pur nella carenza di risorse, la migliore assistenza possibile. Nell’auspicio di potersi avvalere, come abbiamo riportato nel recente Parere (Covid-19: la decisione clinica in carenza di risorse e il criterio del “triage in emergenza pandemica”) del Comitato Nazionale per la Bioetica, di appropriatezza clinica nell’attualità dell’emergenza. Appropriatezza clinica intesa come valutazione medica dell’efficacia del trattamento rispetto al bisogno clinico di ogni singolo paziente, con riferimento all’urgenza e alla gravità del manifestarsi della patologia e alla possibilità prognostica di guarigione, considerando la proporzionalità del trattamento. Attualità, a sua volta, con la valutazione individuale del paziente fisicamente presente nel pronto soccorso nella prospettiva più ampia della “comunità dei pazienti”. A fronte poi, fattore certo non secondario, dell’auspicata predisposizione di strategie di azione nell’ambito della sanità pubblica, in vista di condizioni eccezionali con una filiera trasparente di responsabilità (preparedness). 

Comunque, sanitari allo stremo e tantissimi deceduti. Una missione mai dimenticata che, emersa prepotentemente all’attenzione di tutti, è descritta profusamente nelle cronache di questi mesi. Una grande e indimenticabile lezione di professionalità e dedizione. Una testimonianza incancellabile di competenza e abnegazione. Ne siamo tutti fieri ma non dobbiamo né possiamo dimenticare!

La competenza, poi, assolutamente necessaria ancorché preziosa collaboratrice per il decisore politico. Da auspicare sempre, non solo nell’emergenza sanitaria da pandemia come dimostrato concretamente con la collaborazione di esperti e scienziati. 

È indubitabile: spetta alla politica assumere decisioni e responsabilità per il bene comune dei cittadini. Abbiamo vissuto stagioni dove la competenza era marginale, nemmeno richiesta se non mortificata o accantonata, fino a ingannevoli e irresponsabili affermazioni nonché inverosimili e spesso miste a furori ideologici. Non può né deve esserci più un “dopo” che indugi a relegare di nuovo competenze e professionalità in un limbo o in un ruolo del tutto ancillare. 

Proprio nell’ambito della competenza, il “dopo” deve essere il tempo in cui, senza alcuna discriminazione di partenza, tanti giovani ricercatori possano concretamente realizzare in Italia il nostro futuro o favorendo il loro ritorno nel nostro Paese riconoscendo da subito, senza inconcludenti e bibliche procedure burocratiche, ruoli e idonee retribuzioni. Non dimentichiamo, con soddisfazione e orgoglio, l’impegno di tanti ricercatori italiani nello studio della Sars-Cov-2. Saperi e capacità – costruiti con un instancabile impegno quotidiano tra tante difficoltà – a fronte di pochissimi riconoscimenti fatte salve le situazioni di emergenza in cui scopriamo che abbiamo valenti ricercatori e valenti medici. Un dato recente è già significativo di per sé: nell’UE il 52% dei medici che vanno all’estero viene dall’Italia e circa 1500 sono medici specialisti.

La responsabilità, come presa in carico di ogni altro è l’altro principio per un rinnovato lessico sociale. Un dovere che eleva la convivenza sociale a comunità solidale, che trasforma il bene privato e pubblico in bene comune. Bene comune che non è la somma ma la moltiplicazione di ciò che insieme si vale. E l’esistere dell’altro che ci impone di prenderci cura nella reciprocità, ovvero «essere per» l’altro perché né sufficiente né adeguata l’intersoggettività, ossia semplicemente «essere con» l’altro. 

Per dirla con Salvatore Natoli “Il mio essere responsabile non dipende da una mia decisione, ma è una mia condizione: è l’altro, per il fatto stesso di esistere, che mi impedisce di non esserlo. […] In questo senso e per questa ragione dobbiamo sentirci responsabili del futuro e farci garanti perché sia migliore. Una responsabilità, così vissuta, sboccia in una superiore pietà, in un amore per la specie e, nel nostro caso, per la nostra umanità”. 

Responsabilità e bene comune non sono principi solo da enunciare ma fondamentali paradigmi di una comunità che possa essere concretamente definita solidale e democratica. Può sembrare paradossale ma dal microscopico virus, che ci porta al distanziamento fino a rarefare i diretti rapporti umani, si è dimostrato che solo insieme ci si può salvare garantendo ogni diritto con un dovere. Appunto nel farsi carico di ogni altro.

E poi la davvero concreta applicazione dell’universalità e dell’eguaglianza del Servizio Sanitario Nazionale, veri assi portanti della riforma del 1978 poi ampiamente diluiti e difformemente applicati nella molteplice varietà dei Servizi Sanitari Regionali.

Le vicende sono eloquenti, con manifeste divaricazioni da regione a regione, tra Governo e regioni. La sanità, materia di competenza concorrente tra Stato e regioni, pur nella distinzione tra piano normativo che spetta allo Stato e piano gestionale di pertinenza delle regioni, ha segnato difformità eclatanti sui territori in merito alla programmazione dell’emergenza pandemica. La clausola di supremazia, eliminata con la riforma del Titolo V della Costituzione, avrebbe consentito invece di far prevalere uniformemente gli interessi strategici nazionali. In questi mesi, ad esempio, sono state palesi le gravi inadeguatezze della medicina territoriale, con un sovraccarico assistenziale sugli ospedali non solo riconducibile all’imprevedibilità e gravità della Sars-Covid19. Parimenti la carenza di posti letto, per le terapie subintensive e intensive, e del personale sanitario. 

Sebbene le decisioni assunte a livello statale non possano essere derogate dalle regioni né da enti locali, se non per provvedimenti più stringenti motivati da rilevanti e circoscritte complicazioni manifestate nei territori di competenza, abbiamo assistito ad interventi periferici in ordine sparso. Quasi ritenendosi, ogni regione, disconnessa dalle altre e con destini diversi, a fronte di una pandemia che non conosce confini. 

È arrivato il “dopo” in cui si ridiscuta un regionalismo che, dopo aver evidenziato significative incongruenze fino allo scivolamento verso un radicale autonomismo, possa davvero e concretamente rappresentare universalità ed eguaglianza su tutto il territorio nazionale, sempre nel leale accordo e nella collaborazione tra amministrazioni.

Nel lessico sociale del “dopo”, non certo ultimi la fragilità e la vulnerabilità degli anziani. Tanti Anchise rimasti soli. Senza le robuste spalle di nuovi Enea per essere protetti e in tanti, troppi, non hanno potuto reggere all’indomabile fuoco di un nemico invisibile: il microscopico coronavirus che ha segnato, indelebilmente, comunità di persone. Che ha impedito perfino l’estremo saluto fatto salvo un fugace commiato in una disperante solitudine o in una triste sequela di bare allineate. «Addio, in questa prigione dorata non mi è mancato nulla se non le vostre carezze”, l’ultimo e straziante saluto nella lettera di un anziano che viveva in un RSA. Eppure, Anchise confidava in altro. 

L’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato il Report su “Survey nazionale sul contagio COVID-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”. Gli ultimi dati raccolti, fermi al maggio 2020, sono stati trasmessi dai referenti delle RSA su base volontaria e “in questa tipologia di studi esiste un bias di risposta e probabilmente le strutture in una situazione più critica non hanno partecipano a questa iniziativa.” Su 3292 RSA (96% del totale), distribuite in modo rappresentativo in tutto il territorio nazionale, il tasso di risposta è stato solo del 41,3%. Considerando qualunque causa di morte, in totale 9154 residenti sono deceduti dal 1° febbraio alla data della compilazione del questionario. La percentuale maggiore di decessi, sul totale dei decessi riportati, è stata registrata in Lombardia (3793 – 41,4%), Piemonte (1658 -18,1%) e Veneto (1136 – 12,4%). E poi, diffusamente rappresentate, le principali difficoltà rilevate nel corso dell’epidemia: scarse informazioni ricevute circa le procedure per contenere l’infezione (20,9%); mancanza di farmaci (9,8%); mancanza dei Dispositivi Protezione Individuale (77,2%); assenze del personale sanitario (33,8%); difficoltà nel trasferire i residenti affetti da COVID-19 in strutture ospedaliere (12,5%); difficoltà nell’isolamento dei residenti affetti da COVID-19 (26,2%). Il Report è eloquente. A questo si aggiunge il ricovero, in alcune RSA, di pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali e sulle quali sono in corso commissioni di verifica e indagini giudiziarie. 

Emergono alcuni interrogativi del tutto attuali. L’istituzionalizzazione rappresenta una risposta efficace nonché eticamente condivisibile sotto il profilo sociale? La cultura della emarginazione istituzionale risponde ai fondamentali criteri di solidarietà in una comunità corresponsabile per il bene comune? Quale sostenibilità di questo sistema sotto il profilo economico? Piuttosto, si potrebbe investire più decisamente nel supportare l’assistenza domiciliare, tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione che amplierà sempre più i bisogni di cura? È necessario, in definitiva, ripensare l’assistenza alle fragilità e alle croniche vulnerabilità in sempre maggior numero? Sono interrogativi certamente problematici che quest’emergenza pandemica ha posto ancor più nella sua drammaticità. Dare una risposta significa però anche tener conto di quelle situazioni in cui la grave fragilità di alcune persone non può trovare il giusto sostegno in nuclei familiari dalle precarie condizioni socioeconomiche ed ambientali. 

E dovrà essere il tempo in cui esperti Enea potranno sostenere diffusamente, sulle proprie spalle, vulnerabili Anchise. Accompagnandoli così per arrivare il più lontano possibile e insieme fino all’ultimo saluto prima dell’ultimo viaggio.

E sarà il “dopo” di un “tempo nuovo”. Un tempo non vuoto. Il καιρός di un momento opportuno, della resilienza e della speranza dal volto umano, delle relazioni e delle reti di solidarietà. Consapevoli, come ha ricordato Papa Francesco, di “trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Perché su questa barca ci siamo tutti.”

Lucio Romano – Docente di Bioetica Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sez. San Tommaso d’Aquino – Componente Comitato Nazionale per la Bioetica

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