Senato della Repubblica 8.8.2014 | Riforma Costituzionale, intervento Lucio Romano dichiarazione voto

Ago 8, 2014 | Archivio articoli 2013 - 2020

 

 

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 303 del 08/08/2014
(Bozze non corrette redatte in corso di seduta)

 

SENATO DELLA REPUBBLICA
—— XVII LEGISLATURA ——

303a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

VENERDÌ 8 AGOSTO 2014

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Presidenza del presidente GRASSO

 

 

 

ROMANO (PI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROMANO (PI). Signor Presidente, signora Ministro, rappresentanti del Governo, colleghi, la complessità della riforma costituzionale che ci accingiamo a votare in prima lettura inerisce, in chiave comparata, a forme di Stato e di Governo, autonomie territoriali, fonti del diritto, pubblica amministrazione, giurisdizione, giustizia costituzionale e tutela dei diritti. Tale complessità avrebbe potuto indulgere in ulteriori rimandi ed accantonamenti utilitaristici o di opportunità, sospensione di decisioni. Così non è stato. Con coraggio si è scelto di dare una risposta concreta, direi tangibile, in una stagione che deve essere quella dell’innovazione: altra stagione non ci è data.

Certo, la riforma che andiamo a votare è di ampia portata; ci interroga e ci richiama ad una gravosa assunzione di responsabilità. Ci interpella ad assumere decisioni richieste da anni, e con coraggio, con determinazione e con non recondite trepidazioni o ponderosi interrogativi abbiamo assunto, appunto, una responsabilità gravosa.

Il dibattito articolato che ha caratterizzato questi mesi è stato fonte di ulteriori discernimenti. Eppure arriva la stagione delle decisioni e questa stagione è arrivata, sì, in prima lettura, ma è arrivata. Affanni e conflitti che hanno attraversato le nostre discussioni e votazioni non hanno rappresentato malgrado tutto un impedimento, tutt’altro.

Il disegno di legge di riforma della Parte II della Costituzione segna la prima fondamentale tappa di un percorso riformatore che parte dagli anni Settanta e che ha attraversato molteplici scenari politici.

L’obiettivo dichiarato è noto e cioè quello di offrire una soluzione a criticità e disfunzioni del sistema istituzionale, con il superamento del bicameralismo perfetto paritario, affidando il rapporto di fiducia alla Camera dei deputati e la rappresentanza delle autonomie al Senato.

Ci troviamo in un momento di svolta cruciale, che segna la fine della cultura della paura del cambiamento e che ci avvicina alle altre democrazie liberali contemporanee in cui le Costituzioni sono, e devono essere, considerate come cantieri sempre aperti. In Europa questo lavoro continuo sulle Costituzioni è testimoniato dalla frequenza delle riforme costituzionali, pur in contesti in cui esiste un buon grado di stabilità, in cui cioè non è in discussione la forma di Stato complessiva.

Il quadro comparato dell’attuale assetto dei Senati in Europa è alquanto articolato e difficilmente riconducibile ad unità, legato il più delle volte alle storie ed agli equilibri politici, territoriali ed istituzionali propri di ciascun Paese. Questo anche perché diversi – molto diversi – sono i sistemi di elezione, le funzioni e i poteri.

Si può dire che i tre fattori largamente prevalenti che sembrano emergere dalla comparazione riguardano il fatto che il Senato sia quasi sempre estraneo al rapporto di fiducia con l’Esecutivo; è normalmente espressione delle entità territoriali che costituiscono lo Stato ed esercita un ruolo istituzionale di equilibrio e di riflessione nei confronti della Camera, espressione della maggioranza di Governo.

In particolare l’elettività diretta della seconda Camera non è affatto una regola: non prevedono l’elezione diretta Germania, Austria, Francia, ma anche Regno Unito o Canada.

Il dibattito italiano sulle riforme costituzionali, che ha origine fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si intreccia con l’evoluzione del sistema dei partiti, aprendo ulteriormente aspetti funzionali ad uno o all’altro obiettivo politico-partitico. Ricordiamo le innovazioni ipotizzate nel cosiddetto decalogo Spadolini, nell’agosto del 1982, e i lavori della Commissione Bozzi, che avevano come obiettivo la razionalizzazione del regime parlamentare esistente, lasciandone inalterate le coordinate di fondo. Ricordiamo quelle proposte da Giuliano Amato, che perseguivano l’obiettivo più ampio della “grande riforma”, mirando a mutare il sistema politico e che ipotizzavano l’introduzione in Italia dell’elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale. Ricordiamo i lavori della Commissione bicamerale presieduta da D’Alema, in cui entrarono a far parte tutti i principali leader politici, e la riforma del 2005, che vide completato l’iter parlamentare, che poi, però, perse il referendum.

Tentativi di riforma, tutti questi citati, che fallirono per note e varie ragioni. Centrarono invece obiettivi parziali, il cosiddetto progetto Amato-D’Alema sulla riforma del sistema di elezione dei Presidenti delle Giunte regionali e dell’autonomia statutaria delle Regioni con la costituzionalizzazione del cosiddetto giusto processo e, nel 2001, la riforma delle autonomie territoriali (cosiddetta riforma del Titolo V della Costituzione).

Dopo un dibattito molto approfondito, e acceso, per il vero, in molte occasioni, credo di poter dire che si è giunti a un testo innovativo, comunque perfettibile, come lo prevede la Carta costituzionale nella sequenza delle letture successive.

Non starò qui a esaminare i contenuti della riforma nello specifico e nei dettagli, in quanto noti a tutti, limitandomi a ricordare i punti salienti, oserei dire qualificanti.

In primo luogo, la nuova natura e le nuove funzioni del Senato, una grande novità che, se da un lato prevede la sua esclusione dal rapporto fiduciario col Governo, dall’altro lo colloca al centro dell’ordinamento costituzionale nazionale e sovranazionale, in posizione di raccordo tra gli organi istituzionali dell’Unione europea, dello Stato e degli enti territoriali.

In secondo luogo, il superamento del bicameralismo perfetto, senza rinunciare alle garanzie e al sistema degli equilibri tipici del nostro ordinamento costituzionale, e in linea con i modelli adottati da molti altri Paesi europei. Richiamo questo che merita una precisazione, perché se è vero che il quadro comparato sui Senati europei è difficilmente riconducibile ad unità, si può però senz’altro affermare che tre sono le caratteristiche ricorrenti che sembrano emergere dalla comparazione: l’estraneità del Senato al rapporto di fiducia con l’Esecutivo, la sua configurazione come espressione delle entità territoriali che costituiscono lo Stato e, infine, il suo ruolo di equilibrio e di riflessione nei confronti della Camera, espressione della maggioranza di Governo.

Il nostro disegno di legge si inserisce, dunque, nella tendenza più consolidata del costituzionalismo contemporaneo e il Senato diviene un’Assemblea rappresentativa di Regioni e Comuni, secondo un modello dominante nell’esperienza comparata.

In terzo luogo, la nuova normativa per le forme di esercizio diretto della sovranità popolare, referendum e iniziativa legislativa popolare. Altro aspetto da sottolineare, per quanto riguarda il referendum è aver riportato a 500.000 il numero di firme necessarie e abbassato il quorum necessario per l’approvazione, ove ne siano state raccolte 800.000, e previsto – novità assoluta – forme di referendum propositivi e di indirizzo.

Inoltre, per le proposte di legge di iniziativa popolare abbiamo portato a 150.000 le firme a fronte delle previste 250.000.

Tra le novità introdotte, meritano un cenno il completamento della revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione, con una attribuzione più razionale delle materie di competenza statale e regionale, ovviando cosi agli eccessi e alle incongruenze derivate dalla riforma del 2001;il riassetto del sistema delle autonomie territoriali (con l’abolizione delle Province e l’introduzione delle Città metropolitane); gli interventi sui delicati aspetti del rapporto Parlamento-Governo.

In conclusione di questo mio breve intervento, vorrei rinnovare da parte del Gruppo Per l’Italia la volontà di votare in maniera convinta questo provvedimento, nell’auspicio che, secondo le letture che verranno di conseguenza nei prossimi mesi, si possano apportare quelle modifiche che gli altri legislatori riterranno opportune.

Signor Presidente, mi lasci fare un’ultima riflessione. Ringrazio lei, tutti i colleghi e i relatori, che si sono sobbarcati un lavoro non indifferente. (Applausi dai Gruppi PI e PD).